“Collassare e pomerio” – Andrea Zanzotto

Dimmi che cosa ho perduto

dimmi in che cosa mi sono perduto

e perché così tanto, quasi tutto

ho lasciato a piè del muro –

oh fastelli scrigni fardelli di rovi e poi là

gemellari luci, auricolazioni nell’infinito pomerio

Da sempre vi inciampo, in qualcosa di combattuto

vinto ribelle e comunque muto-lussazioni

nei baluginii del pomerio

Dimmi quale e che modo di collassarsi

Dimmi quale lingua ho perduto e lasciato collassarsi

Dimmi in che lingua ho perduto ho collassato

e perché in questa cinta amata per la sua tanta

perdita

mi sono aggirato senza mai perdermi

ma pur sono stato perduto da alcuni da alcuno

Dimmi perché ogni nervo d’erbe verdissime su

dal collassato campo di mura e pomerii

percepisca quel che io non percepisco

nello sfatato, nel collassato, nel simil-nato

in cui mi sono guadagnato e ripetuto

Dimmi perché questo disamore per sempre

mi porta davanti all’amore creduto perduto

e a dorso del sempre io mi

allontano dall’amore creduto perduto –

amori raccattati come filìi di sputo,

invasione, luogo invasato

tutto nel rivolgersi al mio iato

Dimmi: e poi non fa niente: chinato sul pomerio

all’impari, sotto sbilancio o sfratto dall’alto stato

dei cieli: forzano a mille danari

succhiano da mille prede offerte luminarie

ho avviato là qualcosa di mio

a scorrere davanti a me

a qualificare profondità-ruine

mondi, occhieggianti divine latrine –

mi sono adeguato a voi divote

e umili demarcazioni territoriali

deposte da quanto è più chimicamente animale –

e mi apriste in incalcolabili avanti

afferendomi ai collassati cieli ai loro ammanchi

                                                                     palpitanti!

Dimmi perché adorando questa perdita secca

                                                                       o riducendo

    o riducendo a più non posso

e basta

o

non badando a remissione, mutuo, sostituto, oh,

come accucciato accucciato

o divaricato divaricato

dal mio proprio collassato mi sono evoluto

sì che potrei con le mie parti infime

del brillio dell’oscuro lo stato vero assumere

e oralità e orazione infine adergere

essere – in esse – chimico segno  pomo ponfo

mai prima individuato

dentro la folata del crepuscolo del

rilasciato dell’affrancato del defenestrato

al di là  di  labbra e nari

su instabilità di pomeri

                     e luminarie

di legenda di agenda.

(Andrea Zanzotto – 1983)

 

 

 

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Life is poetry when we are at peace with ourselves
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